Un momento alla volta: non stiamo andando da nessuna parte (anche se non sembra)

“I dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci” Hermann Hesse


Talvolta capita che, quando mi siedo a praticare, mi accorgo di un sottile ma persistente stato di fretta. E’ una fretta pervasiva che mi ha accompagnanto durante tutta la giornata ma che è passata inosservata fino al momento in cui, sedendomi a praticare, l’ho riconosciuta.
Lo trovo un momento rivelatore: come mai non me ne ero accorta prima? Dove ero, prima? Cosa stavo facendo veramente? Quella fretta c’era, stava con me, colorava della sua tinta i miei pensieri, i miei movimenti, il mio stato d’animo...ma perché io non lo sapevo?

Forse sarà capitato anche a voi, cari lettori, e se non vi è ancora capitato, vi auguro che succeda al più presto.

Abbiamo tante idee sulla meditazione: come dovremmo stare seduti, quali esperienze dovremmo avere, quanta bella concentrazione e tranquillità dovremmo provare mentre meditiamo, eccetera. Tutte cose bellissime: non a caso, concentrazione, tranquillità, consapevolezza sono alcuni dei 7 fattori del Risveglio. E’ stupendo se ci sentiamo tranquilli e concentrati, ma è allo stesso modo stupendo se mentre pratichiamo siamo affannati, ansiosi, tristi, se addirittura piangiamo o se ci annoiamo a morte. Va bene così. Quanto è difficile, per noi, dire che “va bene così”?

LA’ SEDUTO...DOVE STAI ANDANDO?

Chiudo gli occhi. Mi connetto al respiro. Sento il suo fluire, così com’è, senza cambiarlo in alcun modo. La tentazione di voler “aggiustare” la pratica potrebbe essere forte, ma la lasciamo lì, andiamo bene così. Perché dobbiamo cambiare l’esperienza presente? Facciamo sì che la nostra pratica sia davvero un’occasione trasformativa e non il solito, già noto e spesso non funzionante modo di relazionarci con le esperienze, modificandole, aggiustandole, migliorandole e quindi, rifiutandole.

Possiamo far risuonare nella nostra esperienza di contemplazione queste tre parole: “Va bene così”. Non dobbiamo andare da nessuna parte, non c’è alcun luogo perfetto che dobbiamo raggiungere. Possiamo allentare la presa mentale che forziamo sulla nostra vita, e vedere cosa succede. Siamo seduti in pratica, non può succedere nulla di male, ma solo qualcosa di liberatorio.

NON CERCARE RISULTATI

Il non cercare risultati è uno degli 8 pilastri della consapevolezza: sediamo, pratichiamo, un momento alla volta, e permettiamo che il presente prenda forma (qualsiasi forma, “va bene così”), senza interferire, senza mettere in mezzo la nostra visione egoica. Il nostro ego non dice la verità perché è una produzione condizionata, sorge, si alimenta e prospera limitatamente a quanto è sorto prima, a ciò che gli ha dato causa di esistere.

Questo può sembrare un controsenso (“Va bene così”): se pratico ma non devo aspettarmi risultati, allora che pratico a fare? La mente egoica ha studiato, la sa davvero lunga su questo argomento. Peccato che la sappia sbagliata, o meglio, la sa dal suo punto di vista limitato.

Siamo da sempre stati abituati al “fare”: fin da bambini, dovevamo fare i compiti, fare la pappa, fare la nanna; poi crescendo, abbiamo dovuto farci belle, farci furbi, farci i muscoli; ancora più avanti, siamo stati chiamati a farci un curriculum, a fare carriera, a fare figli, a fare fioretti (i famosi buoni propositi dell’anno nuovo) così all’infinito a spuntare caselle su di un'immaginaria lista (E quando ti laurei, E quando ti sposi, E la pensione, E facciamoci un selfie in vacanza…), andando sempre avanti, avanti, introiettando quello stile competitivo che un po’ è frutto della natura ma un bel po’ è anche costruzione sociale. In questa corsa, abbiamo letteralmente perso di vista il senso ultimo, le cose che sono veramente importanti e piacevoli dell'esistenza: la semplicità, la leggerezza, la spontaneità (ma non quella che pensiamo sia la spontaneità), la dolcezza e il potenziale di libertà che esistono anche in un momento negativo.

IN TUTTO QUESTO FARE, ABBIAMO DIMENTICATO
CHI E’ CHE “FA”

Chi è che deve per forza comprarsi una casa col mutuo, chi è che deve trovare lavoro? Non ce lo domandiamo neanche più perché pensiamo che sia normale così.

Ma ecco che quando ci sediamo a meditare, tutto quello spazio a cui non diamo mai voce, piano piano, inizia a chiedere di emergere. Lentamente, meditando, ci accorgiamo di quello che manca e che non lo stiamo per niente raggiungendo in questa infinita corsa verso chissà che cosa. Pensiamo al pensionamento: tutta la vita ad aspettare quel fatidico meraviglioso momento...per poi ritrovarci a pensare che forse non abbiamo niente da farci con tutto quel tempo. I casi di depressione da pensionamento, a causa della perdita del ruolo sociale, famigliare, finanche personale e lo svuotamento di senso, non sono casi così sporadici: secondo una ricerca dell’Institute of Economic Affairs, l’andare in pensione aumenta di circa il 40% la probabilità di sviluppare una depressione clinica.

DIMORARE CON ACCETTAZIONE NEL MOMENTO PRESENTE

La capacità della mente di abitare il momento presente, con le gioie e i dolori, grandi e piccoli, che questo può portare, è una capacità allenabile (“Va bene così”). E’ anche una capacità che varia nel tempo, anche in base al singolo giorno: una volta saremo più presenti, un’altra volta lo saremo di meno; qualunque oscillazione della nostra presenza fa essa stessa parte del cammino, è come andare a piedi lungo un sentiero di montagna e oltrepassare rametti, buche, foglie cadute, ruscelli tra gli alberi...Fanno parte, se provassimo a toglierli allora non faremmo una vera escursione.

La qualità dell’accettazione incondizionata di ciò che emerge è parte integrante del percorso di consapevolezza: senza basarci più sulla reattività, partiamo da dove siamo adesso (“Va bene così”) perché è l’unico punto in cui ci troviamo davvero e diventiamo familiari con la nostra esperienza, anche se non ci piace. E’ naturale che proviamo rabbia, frustrazione, o anche senso di colpa quando ci succedono cose negative, spiacevoli e dolorose; lo scopo del nostro meditare non è quello di diventare esseri aridi, privi di qualsiasi emozione negativa e con un falso sorriso stampato in faccia anche nel mezzo di un dolore. Dimorando con accettazione in quel momento (perché è accaduto, non si può cancellare) possiamo trarne invece nutrimento, costruire la nostra resilienza e aprirci a possibilità reali di migliorare la situazione futura che non sarebbero possibili se la nostra mente rimane bloccata nell’avversione, nella paura, nel rifiuto, nella sofferenza.

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DOTT.SSA FEDERICA GAETA

Terapista della Riabilitazione Psichiatrica

Istruttrice Mindfulness e protocollo MBSR

tel. 327 49 58 256

BIBLIOGRAFIA

  • G. Sahlgren (2013), Work longer, live healthier: the relationship between economic activity, health and government policy. IEA Discussion Paper No. 46.


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