Retto sforzo: uno dei passi verso la libertà

“La pazienza, la perseveranza e il sudato lavoro creano un'imbattibile combinazione per il successo."
Napoleon Hill


Sforzo, impegno, disciplina, sono parole che, il più delle volte, non raccolgono molto del nostro favore. Ci trasmettono un senso di difficoltà, di fatica, di pesantezza, e palesano l’eventualità del tanto temuto fallimento o della vergogna che potremmo provare qualora la nostra azione si dimostrasse un insuccesso.

In questo secondo articolo relativo al Nobile Ottuplice Sentiero, che è la via indicata negli insegnamenti buddhisti come la strada che conduce alla fine della sofferenza, esplorerò il significato e l’importanza, nella pratica di Mindfulness ma anche nella nostra vita, del sammā vāyāma (per gli amici della lingua Pāli) o Retto sforzo.

Cosa vuol dire “sforzo”?

Possiamo distinguere due tipi diversi di sforzo: quello caratterizzato da un senso di forzatura, di obbligo (forse l’accezione cui più spesso ci riferiamo) e quello orientato all’apertura e all’accoglienza compassionevole di quanto ci capita.

Spesso, nella pratica meditativa, ci sforziamo effettivamente di guidare la mente verso una maggiore concentrazione, una maggiore presenza, una maggiore lucidità o calma.
Insomma, tendiamo verso un obiettivo, verso qualcosa che pensiamo dovrebbe esserci e che, nella nuda realtà dei fatti, non c’è.

In un certo senso, sforzandoci di stare concentrati, stiamo inviando alla nostra mente un chiaro messaggio:
“Così non vai bene.
Sforzati di più.
Impegnati.
Sii concentrata.
Stai meditando, dovresti rilassarti.
Sei troppo distratta.
Sforzati”
.

Non fatichiamo molto a capire come questo modo di sforzarci e di parlare alla nostra mente sia basato sul giudizio e sul rifiuto di quello che c’è (cioè la distrazione).

Stiamo in altre parole obbligando la mente ad essere diversa da come è. Riusciamo a immaginare altri momenti in cui obblighiamo noi stessi o altre persone o altre situazioni ad essere diverse da come sono?
Un tipo di sforzo caratterizzato da obbligo, forzatura, aspettativa, non è il tipo di impegno di cui abbiamo bisogno e che ci può aiutare a raggiungere la tanto agognata fine della sofferenza. Anzi, non fa che aggiungere tensione a quella già esistente. Se questo è lo sforzo che di solito applichiamo alla nostra pratica o alla nostra vita, bene!, possiamo lasciarlo andare. Invitiamoci ad assaggiare la dolcezza data dall’assenza di aspettativa.

Lo sforzo adeguato come fattore di risveglio

La qualità mentale implicata nel retto sforzo (Sammā vāyāma ) è uno dei 7 fattori del risveglio. In Pāli, viene definita viriya cioè energia, impegno. Se abitualmente la nostra mente va allo sbaraglio, attratta ora da uno stimolo ora da un altro (pensiamo alle notifiche del cellulare per esempio), risucchiata ora in una preoccupazione ora in un’altra, abbiamo bisogno di contrapporre una certa qual energia che vada in senso contrario.

E’ naturale che non ci venga semplice chiudere gli occhi nella nostra pratica di meditazione e concentrare la mente sul respiro o sui suoni o sull’oggetto che abbiamo scelto come base. Non siamo abituati, la nostra mente è strattonata in mille direzioni diverse dal primo momento in cui ci svegliamo al mattino, come possiamo anche solo immaginare che chiudendo gli occhi arriviamo a quello stato di simil-trance che scambiamo per presenza? Dobbiamo effettivamente un po’ impegnarci, è necessario uno sforzo da parte nostra per svegliarci dal sonno in cui abitualmente viviamo.
Uno sforzo corretto però, uno sforzo saggio.

Quando notiamo che stiamo pretendendo che la realtà sia diversa da quel che è (con "realtà" intendiamo anche la nostra stessa qualità dell'attenzione, non necessariamente la realtà esterna), quando in questa pretesa aumenta la nostra tensione fisica e/o mentale, quando ci ostiniamo a dover raggiungere un traguardo (il famoso "Medito per...stare bene, calmarmi, rilassarmi, conoscermi, ecc"), quando ci scoraggiamo perché, alla fin fine, non raggiungiamo mai completamente quel traguardo...sono tutti segnali che indicano che il nostro sforzo non è retto, non è adeguato.

Ecco che a questo punto della nostra esplorazione entrano in gioco altre abilità: la gentilezza, la morbidità, la capacità di ascoltarci (ed ascoltare) e modulare il nostro comportamento con flessibilità. Il nostro sforzo si allarga in modo tale da accogliere anche la difficoltà, anche la negatività, anche il dolore alla schiena o il ticchettio fastidioso dell'orologio a muro. Ci impegniamo affinché possiamo stare bene, ANCHE SE le cose intorno a noi non sono esattamente come la nostra mente desiderante vorrebbe che fossero.

I 4 tipi di retto sforzo

Nella pratica, e nella vita, possiamo rettamente sforzarci di:

1- impedire il sorgere di stati mentali negativi
2- abbandonare gli stati mentali negativi già sorti
3- far sorgere stati salutari non ancora sorti
4- consolidare gli stati salutari già sorti

Gli stati mentali negativi che possiamo incontrare nella nostra pratica (e nella nostra vita) sono essenzialmente quelli noti come i 5 impedimenti (pañca nīvarana): quei fattori che distraggono l'attenzione e oscurano la consapevolezza, a scapito della calma e della chiarezza.
Abbiamo l’avversione (cioè il rifiuto, in pāli si chiama dosa: irritazione, fastidio, insofferenza, rabbia, ecc), il desiderio dei sensi (cioè l’avidità, in pāli si chiama lobha, il volere avidamente qualcosa che ci piace), l’agitazione (se è mentale, in pāli si chiama kukuccha, se è fisica è uddhacca, cioè la distrazione mentale o il movimento fisico), la sonnolenza (se è fisica si chiama middha, se è mentale è thīna, cioè lo sprofondare nell’addormentamento o la tendenza della mente a non osservare con lucidità il manifestarsi dei fenomeni), e il dubbio (in pāli è vicikiccha, cioè il chiedersi se la pratica serva a qualcosa, se siamo in grado, se non stiamo forse solo perdendo tempo, in fondo abbiamo mille altre cose importanti da fare che stare qua a occhi chiusi, ecc…).

Il retto sforzo, sammā vāyāma, in questo caso, ci aiuta a dispellere i 5 impedimenti prima che sorgano, ci invita a dispellerli una volta che sono sorti, e ci incoraggia a ricercare, a dare spazio a tutte quelle qualità positive ancora sepolte sotto le sabbie della nostra inconsapevolezza e della nostra abitudine per far sì che gioia, fiducia, serenità, leggerezza possano diventare il nostro modo di vivere e di guardare alla vita, a noi stessi e alle altre persone.


DOTT.SSA FEDERICA GAETA

Terapista della Riabilitazione Psichiatrica

Istruttrice SENIOR protocolli Mindfulness

tel. 327 49 58 256


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