Perché l'ignoranza e l'insoddisfazione dilagano su Facebook (e nella vita)

“Credere di sapere quello che non si sa non è veramente la più vergognosa forma di ignoranza?”
Socrate

I social come Facebook hanno dato alle persone una grande opportunità: oltre a ricongiungersi con le persone significative che non si vedevano da molto tempo (anche se a mio avviso, se non ci si vede da molto, dei motivi ci sono), oltre a cercare la condivisione altrui dei propri pensieri ed opinioni, oltre a rendere facilmente disponibili attimi di vita privata tramite fotografie che tanto private non vogliamo che siano...oltre a tutto ciò, Facebook ha dato l'opportunità a tutti di toccare con mano la famosa "libertà di parola".

Il fenomeno è molto conosciuto: è quello dei leoni da tastiera. Il sentirsi (erroneamente) liberi di poter dire qualsiasi cosa ci passi per la mente in qualsiasi momento e con qualsiasi sfondino colorato, il sentirsi attivi nel "piacere" alcuni contenuti apponendo così la nostra approvazione o il nostro disprezzo, il non avere pressoché alcuna conseguenza reale (se non in casi veramente specifici) fanno sì che, purtroppo, spesso si manifestino i lati negativi di questa presupposta "libertà". Come se "sentirsi liberi" equivalga a dire, fare, pensare, agire qualsiasi cosa subito, immediatamente, perché così "Siamo spontanei.

L'EQUIVOCO DELLA SPONTANEITA'

Cos'è realmente la spontaneità? Siamo sicuri che essa sia davvero "dire, fare, pensare, agire qualsiasi cosa nel momento in cui ne ho voglia e senza alcun filtro"?

Questa che viene considerata spontaneità, è più che altro "automaticità": postare su Facebook qualsiasi lamentela, qualsiasi pensiero fuggevole, qualsiasi foto di piatto del ristorante non sono fattori indicativi di una reale presenza a quello che stiamo vivendo, perché sono azioni che derivano da un nostro meccanismo interno che si innesca anche (e soprattutto) senza la nostra partecipazione. Il processo è pressoché il seguente:

  1. Vedo, leggo, incontro qualcosa o mi succede qualcosa;
  2. sento un qualche moto interiore che non mi metto neanche a identificare;
  3. apro il social e scarico il contenuto irriconosciuto della mia mente;
  4. so che il mio contenuto sarà ricevuto da un pubblico altrettanto automatico che riverserà sul mio commento la sua prima reazione.

Il risultato? Quasi sempre saranno lamentele, recriminazioni, battutine sarcastiche, giudizi, pretese, aspettative deluse, sogni infranti, nostalgiche rivisitazioni di un passato "migliore", futuri scenari drammatici, insulti, critiche, negazioni della realtà così com'è, pettegolezzi, fino a sondaggi che invitano a rispondere alla domanda "Sei d'accordo anche tu?" e che innescano così un ciclo infinito di "spontaneità".

MAL COMUNE, MEZZO GAUDIO...MA NESSUNA SOLUZIONE!


Condividere con un commento quello che della nostra vita o della nostra società, della politica, della scuola, eccetera, non ci piace, aiuta a sentir meno il peso emotivo di dover sopportare o agire per cambiare. Sapere che ci sono anche altri che soffrono come noi ci dà un alibi perfetto per non fare niente e continuare a lamentarci, perché è pur sempre meno faticoso che cambiare. E naturalmente, i social non fanno che amplificare e normalizzare questo sentire, espandendo con i suoi algoritmi le connessioni tra le persone che la pensano allo stesso modo, sbarrando la strada all'apertura, alla ricerca di soluzioni, alla gentilezza e alla creatività. Inoltre, il ciclo dell'insoddisfazione aiuta anche a sentirci dalla parte del giusto, a sentirci vittime di qualcosa che sappiamo dovrebbe essere diversamente ma che ci aspettiamo venga magicamente esaudito da qualcun altro senza che noi muoviamo un dito.

E L'IGNORANZA?

"Ignorare" significa "non conoscere, non sapere, essere all'oscuro di qualcosa".

Quello di cui siamo all'oscuro quando usiamo Facebook e altri social come una discarica emotiva per le nostre frustrazioni e desideri è la POSSIBILITA' DI STARE. Sentiamo subito il bisogno di scaricare una tensione, sentiamo subito la necessità di rispondere a un commento che ci ha urtato o colpito (anche positivamente), sentiamo subito il desiderio di condividere l'immagine del nostro gatto mentre si fa il bidet: perché invece non riusciamo a stare? Questo continuo rivolgersi al social è la grande malattia digitale di cui un po' tutti siamo affetti: il fuggire dalla vita vera per crearne una parallela, fatta di pixel e byte.

STARE CON LA VITA, COSI' COM'E'

Se iniziamo pian piano a metterci in un rapporto diverso con la nostra esperienza, anche con le esperienze che possono risultarci negative, spiacevoli, dolorose, desideranti, emotivamente cariche, eccetera, abbiamo una possibilità molto più grande di quella offertaci dall'incitazione alla dipendenza dei social: abbiamo la possibilità di andare in fondo, di esplorare, di vedere come la mente ingrandisce i problemi e infine abbiamo anche un'opportunità che può cambiarci la vita in meglio: possiamo costruire la nostra forza.

Notando come le spinte dell'automatismo sorgono in noi, attivate da un qualunque stimolo, notando come queste spinte crescono, simili ad onde, e poi si smorzano come se si infrangessero sulla riva, e poi riprendono, onda dopo onda, e noi possiamo rimanere lì, veramente STARE, e più stiamo, più si crea intorno a noi uno spazio dove la sofferenza viene diluita: è questo che intendo con il termine "forza". Non la forza bruta, non il resistere, l'insistere, il combattere, il controllare, il voler cambiare le cose, sull'onda (appunto) di quel riflesso automatico che ci grida "Così non va bene!".

E' un'opportunità che inconsapevolmente decidiamo tutte le volte di perdere, di buttare via. Ogni volta che permettiamo al nostro comportamento e ai nostri pensieri di essere determinati da un riflesso automatico, stiamo in quell'istante anche permettendo alla nostra libertà di restringersi, diamo il permesso al cappio dell'ignoranza di diventare via via più stretto intorno al nostro collo E il problema è che non ne siamo neanche consapevoli.

Questa difficoltà a stare con la vita così com'è ha una serie di complici, tra cui:

  1. il progressivo degradarsi della nostra capacità di sostenere l'attenzione;
  2. l'accesso relativamente facile al soddisfacimento dei bisogni;
  3. la preferenza che diamo ai vantaggi a breve termine e alla soddisfazione immediata dei desideri;
  4. la convinzione, più o meno radicata, che la vita debba per forza essere piacevole o gentile con noi;
  5. la paura di non saper sopportare la frustrazione dei desideri o il malessere;
  6. l'educazione religiosa che ci invita al sacrificio e alla speranza in un vita migliore

ALLENARSI A STARE

Le capacità si allenano. Da qui non si scappa. Non possiamo pensare di correre la maratona senza esserci allenati per un periodo di tempo ragionevole su percorsi più brevi e graduali. Così come abbiamo allenato per anni, forse per generazioni, la nostra capacità di fuggire dalla sofferenza, anche per ragioni evolutive di tutto rispetto e utilità, abbiamo però trascurato quasi totalmente la capacità di stare, di accettare, di accogliere, di avere pazienza, di ascoltare questa stessa sofferenza. Finché adesso siamo diventati indeboliti e un fastidio anche piccolo, una fuggevole frustrazione, possono diventare per noi un peso emotivo e causa di stress e disagio psicologico.

Da qui, la scorciatoia facile e veloce offertaci dai social per scaricare temporaneamente questo disagio: l'IGNORANZA. Ignoranza appunto della nostra possibilità di STARE, di crearci uno spazio di libertà dove possiamo SCEGLIERE e non più subire passivamente, rabbiosamente, predestinatamente quello che ci capita nella vita.

UN REGALO PER CHI E' ARRIVATO ALLA FINE DI QUESTO ARTICOLO


Voglio farvi un regalo. Leggere un articolo di questo tipo indica perlomeno che abbiamo riconosciuto la situazione di lamentazione e di insoddisfazione che può essere presente nella nostra vita. Questo però non significa, per i motivi espressi sopra, voler fare davvero qualcosa per tirarci fuori dai guai. Per questo motivo, voglio regalarvi una piccola pratica per iniziare ad allenare la vostra capacità di stare, di rimanere in piena e viva presenza anche di quelle emozioni, situazioni e pensieri difficili, in modo che possiate offrire a voi stessi uno spazio in cui, onda dopo onda, diventare sempre più liberi e consapevoli.

Ho preparato una meditazione che, basata sulla Mindfulness, ci aiuta in questo lavoro, e la invierò gratuitamente entro 5 giorni a chi ne farà richiesta. Per richiederla, puoi cliccare sul bottone qui sotto e inviarmi una mail, se ti va raccontandomi qualcosa di te, quello che vuoi e hai piacere. Sarò felice di leggerti e risponderti.

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“Nessun popolo può essere sia ignorante che libero”
Thomas Jefferson