Percezione del dolore durante la pratica: perché si riduce?

E’ comune a chi pratica l’esperienza del dolore fisico durante le meditazioni sedute. Il più delle volte è il mal di schiena che ci tiene ancorati a un’esperienza sensoriale disagevole, oppure il male alle ginocchia dovuto alla posizione a gambe incrociate, o la tensione nelle spalle di cui ci accorgiamo solo dopo un po’...

Non appena sentiamo dolore nel corpo, di solito spostiamo subito la nostra attenzione: prendiamo una pastiglia, diventiamo maestri della distrazione, cerchiamo i sintomi su Google e via discorrendo. Il dolore non ci piace, ed è normale che sia così.

Praticando vediamo che l’esperienza fisica dolorosa è parte integrante del lavoro di consapevolezza. Infatti, l’invito della Mindfulness è decisamente controintuitivo perché ci invita ad esplorare il dolore, a respirarci dentro, ad essere curiosi di lui. E’ costante e sordo, oppure pulsante e acuto? E’ sempre uguale o cambia intensità? E’ fisso? Si sposta? Ha contorni circoscritti o sfumati? Le zone intorno come sono? Com’è respirare dentro questa esperienza? E’ stressante? Tranquillizzante? Rinvigorente?

Nella gran parte delle situazioni, quando esploriamo in modo consapevole il dolore scopriamo clamorosamente che, a volte, addirittura sparisce! Se non sparisce, notiamo che si riduce e diventa più mansueto, più gestibile. Com’è possibile?

Il giovamento che dà la Mindfulness nei confronti della percezione dolorosa è tale che la pratica è utile anche in condizioni mediche caratterizzate da dolore cronico, dove porta ad un miglioramento dell’immagine corporea di sé, dei sintomi ansiosi e depressivi associati al dolore, a una migliorata autostima e ad una riduzione dell’uso di antidolorifici (1).

Sono stati compiuti anche studi di neuroimaging (2) per cercare di capire quali fossero le basi neurali della capacità della meditazione di consapevolezza di modulare la percezione del dolore, riportando una differenza tra meditatori esperti e principianti.

Si è visto che nei meditatori principianti si attivano alcune zone cerebrali legate alla regolazione cognitiva dell’esperienza del dolore (corteccia del cingolato anteriore e insula anteriore) e altre zone legate alla riformulazione della valutazione dello stimolo (corteccia orbitofrontale), con una riduzione dell’attivazione della corteccia primaria somatosensoriale la cui funzione è infatti valutare l’intensità degli stimoli, localizzarli e percepire il corpo. Quindi nei principianti avviene un controllo cognitivo del dolore dall’alto verso il basso, cioè dalla corteccia prefrontale alle strutture più profonde, una direzione che indica anche lo sforzo d’attenzione fatto quando si medita.

Nei meditatori esperti, invece, le aree cerebrali che risultano maggiormente attivate indicano un tipo inverso di elaborazione dell’esperienza dal basso verso l’alto, cioè dalle zone più profonde verso la corteccia, il che permette loro di analizzare, valutare e modulare l’entità delle esperienze dolorose con un minor sforzo cognitivo e riducendo l’attivazione stessa delle aree profonde.

Naturalmente sono necessari altri studi per valutare appieno l’entità degli effetti delle pratiche di consapevolezza, ma questi dati possono essere considerati un inizio incoraggiante.


FEDERICA GAETA

Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica

Istruttrice Qualificata Mindfulness e prot. MBSR

tel. 327 49 58 256


Fonti:
(1)The clinical use of mindfulness meditation for the self-regulation of chronic pain Jon Kabat-Zinn, Leslie Lipworth, Robert Burney Journal of Behavioral Medicine, volume 8, pages 163–190(1985)
(2) Mindfulness e dolore, MindfulPath

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