Meditazione sul respiro: non lo sento. Cosa sbaglio?

“Se non fai errori, stai lavorando su problemi che non sono abbastanza difficili”

–– Frank Wikzek –*

All’inizio della nostra esperienza meditativa, possono capitare molti “inconvenienti” nella pratica: piccoli (o grandi) aspetti che sembrano impedirci di meditare correttamente. Uno di questi potrebbe essere il fatto di non riuscire a percepire il respiro durante la meditazione seduta.


Ci sediamo e iniziamo a rivolgere la nostra attenzione al flusso dell’aria che entra e che esce dalle narici, che attraversa la trachea, i polmoni e giunge a riempire e gonfiare l’addome; poi l’aria compie il percorso inverso e dall’addome attraversa le nostre vie aeree fino ad uscire nuovamente dalle narici. E così via, respiro dopo respiro, seguiamo questo flusso costante e regolare, lo osserviamo e permettiamo alla mente di acquietarsi come le increspature di un lago tranquillo.

Almeno, così pensiamo che dovrebbe essere! Invece siamo là, seduti, un po’ tesi e accigliati, come dei detective in cerca del sospettato: in questo caso, il respiro. E questo non si fa trovare!

LA FRUSTRAZIONE DEL NON-RESPIRO

In questa “ricerca del respiro perfetto“, iniziamo a provare fastidio…non lo troviamo, non riusciamo a sentire l’aria che entra e che esce. L’indicazione di percepire le sensazioni fisiche nel loro naturale succedersi, l’invito dell’istruttore a non modificare il respiro ma a lasciarlo libero di manifestarsi spontaneamente, la sollecitazione a stare con quello che c’è: tutto ci ricorda che noi il respiro non lo sentiamo!

Oltre al fastidio, iniziamo, com’è normale, a volerci sforzare di più: aumentiamo la concentrazione, a volte anche contraendo i muscoli facciali e portando in tensione spalle e schiena, convinti che sia un nostro errore da principiante e che uno sforzo maggiore risolverà tutto.

Fastidio e aumento dello sforzo portano a loro volta a una maggiore aspettativa di trovare effettivamente questo respiro, così come dice l’istruttore durante la pratica guidata. Con l’aumento dello sforzo, l’aspettativa si scontra con la delusione, e subentrano altre emozioni: senso d’inadeguatezza, rabbia con se stessi (a volte proiettata sull’istruttore), dubbi sull’efficacia e sulla propria predisposizione alla pratica, criticismo e negatività.

Se la situazione non migliora, l’esito più probabile è l'abbandono della pratica.

IL CONCETTO OCCIDENTALE DI “RISULTATO”

E’ naturale che durante una meditazione sul respiro ci si aspetti di “trovare” il respiro e di riuscire a rimanere concentrati su di esso per un tempo sufficientemente adeguato in modo tale da convincerci che “abbiamo meditato bene” o che la meditazione sia stata efficace.

D’altronde, siamo stati educati così, la nostra società ci insegna che a una certa quantità di impegno corrisponde un certo risultato, e che se il risultato non è sufficiente, allora bisogna aumentare l’impegno in modo direttamente proporzionale. Poi iniziamo a meditare e vediamo che questo rapporto di proporzionalità diretta non è esattamente applicabile, e quindi ci arrendiamo.

Siamo vittime di due tranelli tipici del mondo occidentale: quello detto sopra (la teoria dello sforzo per avere un risultato), e la teoria del “tutto e subito“.

Non siamo abituati a pazientare. Non siamo abituati a darci il tempo di entrare in confidenza con una pratica millenaria che però noi abbiamo conosciuto solo cinque minuti fa. Ci aspettiamo subito i risultati straordinari di un monaco tibetano. Indi, la delusione, la rabbia e l’abbandono.

La nostra mente si orienta subito al confronto tra risultato desiderato e risultato reale e al giudizio dell’esperienza, proprio come fa abitualmente:

  1. confronto: dovrei percepire l’aria che entra ed esce, e invece non sento niente. Nonostante mi sforzi di più, continuo a non sentire niente
  2. giudizio: la pratica è inutile, io non sono capace, l’istruttore non mi guida bene, ecc

Dobbiamo capire invece che nella meditazione non esiste l’errore: qualunque cosa accada, è parte della pratica, ed è parte del percorso individuale verso la conoscenza di sé. Se io non sento il respiro, è perché ho bisogno di passare attraverso questa esperienza per potermi evolvere. Qualcun altro avrà “problemi” con altri tipi di pratica: non sentirà il corpo o non vedrà i pensieri o non sentirà sorgere l’amorevolezza nella pratica di Metta. Va bene. Non siamo qui per fare un compito. Non dobbiamo compiacere l’istruttore né dobbiamo compiacere noi stessi, dimostrandoci di “saper meditare”. Non esiste “saper meditare”, esiste solo “meditare”.

IL CAMBIAMENTO DI PROSPETTIVA

Quando ci avviciniamo alla Mindfulness, dovremmo considerare il fatto che questa potente pratica ci invita a compiere un cambio nella qualità del nostro punto di osservazione. Possiamo, per una volta, abbandonare i concetti di sforzo, risultato, premio, punizione, performace, per stare semplicemente con l’esperienza così com’è, e soprattutto, consci di questo importantissimo punto essenziale:

Qualunque cosa sentiamo (o non sentiamo), non è un errore.

Non percepiamo il respiro? Non è un errore.

Non percepiamo la temperatura dell’aria che entra? Non è un errore.

Mentre seguiamo il respiro veniamo distratti da centinaia di pensieri che non c’entrano niente in questo momento? Non è un errore.

Mentre meditiamo, avremmo voglia di fare tutt’altro (alzarci, guardare il cellulare, fumare una sigaretta, andare in bagno)? Non è un errore.

E’ meditazione.


La meditazione ci dà, per la prima volta nella nostra occidentale cultura performativa e competitiva, la possibilità di essere come siamo, di partire dal punto in cui siamo, e di stare, senza colpa, senza giudizio e senza necessità di migliorare niente. Partire da qui, per poterci evolvere.

Questa è la libertà. Perché non approfittarne?

*Frank Wilczek: fisico statunitense (1951) vincitore del premio Nobel nel 2004 per aver completato il Modello Standard, cioè la teoria che spiega le interazioni fondamentali dei fenomeni fisici (interazione elettromagnetica, nucleare debole, nucleare forte e gravitazionale)

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