Chi sono gli Umanòbot: identikit e soluzione

“Il vero problema non è se le macchine sappiano pensare ma se gli uomini lo facciano.”
Burrhus Frederic Skinner

E' inutile raccontarcela. O meglio, possiamo anche costruire delle elaborate storie su noi stessi, sugli altri, sulle situazioni che ci capitano, e arrivare anche a credere profondamente alla veridicità di quelle storie. Ciò non toglie che però esse rimangano storie.

Il contesto di questo periodo storico, un contesto che vedo intorno a me ma anche dentro di me, professionalmente e personalmente, vuole che siamo tutti, chi più chi meno, estremamente fragili. Ci siamo infiacchiti, indeboliti, siamo come piccoli traballanti scheletri che camminano e che sperano che nessun soffio di vento e nessun urto scompiglino quelle ossa che stanno insieme per miracolo.

Non tanto fisicamente, quanto interiormente, psicologicamente. La storia che ci raccontiamo si inserisce in questo desolante contesto, ed è naturalmente, una storia che narra l'opposto: che siamo molto forti, molto intelligenti, molto abili a farci valere e a condurre la nostra vita in direzione dei nostri obiettivi.

Ma allora perché intorno a me, e a volte dentro di me, vedo l'esatto contrario? Vedo che agiamo spesso e volentieri in automatico, come veri e propri robot: per questo motivo, mi piace chiamare chi agisce così un "Umanòbot". Vediamo un po' l'identikit di queste persone (notare che mi ci metto io stessa dentro, a volte, quindi invito i lettori a non iniziare a scaldarsi inutilmente).

CARATTERISTICHE DEGLI UMANOBOT

Gli Umanòbot:

  1. sono persone spaventate, irascibili, e per questo sulla difensiva e aggressive;
  2. sono pronti a scattare per difendere le proprie opinioni senza essersi minimamente interrogate su quali opinioni stiano difendendo o sul perché credono in quella precisa versione dei fatti;
  3. nonostante siano di base spaventate, riescono a mostrare una talvolta strabiliante spavalderia, come se niente e nessuno li mettesse in difficoltà;
  4. altre volte, appaiono come vittime delle circostanze, delle situazioni, delle altre persone, della vita;
  5. seguono i tipici comportamenti della massa e i modelli educativi senza metterli in discussione e addirittura sposandoli internamente come se fossero davvero verità inopinabili;
  6. se non sono aggressivi, allora scappano davanti ai problemi (sia interni che esterni), tendendo poi ad accusare gli altri di non essere come "dovrebbero";
  7. non hanno intenzione di lavorare su di sé perché, di base, non vogliono mettere in discussione quello in cui hanno creduto fino a adesso, quello che è stato loro insegnato, quello che pensano di aver ottenuto;
  8. si sentono arrivati, in gamba oppure al contrario sono estremamente richiedenti di attenzioni, aiuto, sostegno, calore umano;
  9. pensano di aver capito tutto della vita e delle altre persone, nonché di se stessi;
  10. parlano spesso attraverso luoghi comuni, portando scusanti e giustificazioni

    Il problema fondamentale degli Umanòbot è che però essi non sanno di esserlo. Pensano, al contrario, di essere autentici, spontanei e veri; non si rendono conto dei propri limiti intellettuali e non comprendono come qualcun altro possa dir loro di potersi esplorare un po' di più. Possono disprezzare gli altri convinti di essere nel giusto, convinti di sapere come si debba vivere la vita. Gli Umanòbot si raccontano questa fantastica storia in cui loro sono i protagonisti, talvolta incompresi altre volte esaltati, dei propri contesti di vita.

SIAMO TUTTI UN PO' UMANOBOT

Cerchiamo di non demonizzare queste caratteristiche pur sempre umane e in qualche misura anche tenere.
Robotizzarsi è una tendenza naturale dell'essere umano così come di qualsiasi animale che viva la sua vita in parziale (per essere gentili) consapevolezza. Si tratta di un meccanismo biologico, neurologico, fisiologico, psicologico che serve all'organismo per svolgere tutte le sue mansioni in modo efficiente e puntuale. In fondo, se dovessimo consapevolmente ordinare al corpo di respirare anche di notte, probabilmente oggi non saremmo neanche qui a fare tutte le nostre belle attività, ed ecco che l'atto della respirazione è pre-ordinato in automatico nel nostro tronco encefalico.

C'è un "ma": oggi le nostre esigenze di vita si sono spostate dal piano meramente fisico della sopravvivenza a quello più sottile delle relazioni sociali e della relazione con noi stessi. Oggi, prenderci cura e approfondire la conoscenza di noi stessi e di come le nostre idee, le nostre reazioni automatiche, le nostre convinzioni e i nostri comportamenti influenzino direttamente ed indirettamente la vita non solo nostra ma anche degli altri, è un dovere evolutivo.

Gli Umanòbot preferiscono ignorare le istanze evolutive insite nella nostra condizione di vita per continuare placidamente a vivere come hanno fatto finora, bene o male che fosse: che il frutto delle loro azioni e convizioni sia positivo o negativo fa poca differenza se il problema principale, inammissibile e inconsapevole, è: "Non posso guardare dentro me stesso".

NON POSSO GUARDARE DENTRO ME STESSO

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Il lavoro al quale ci invita la Mindfulness è quello di guardare dentro noi stessi. Non si finisce mai di fare questo lavoro. Non è come lavorare 40 anni e andare in pensione. Non è come fare un sudoku per dimostrarci di essere intelligenti. Non è come avere tanti amici, farci tanti viaggi e far vedere su Facebook quanto siamo sorridenti nei nostri selfie. Non è come autoconvincersi che vada tutto bene, che siamo i più sfigati dell'universo o che gli altri ce l'abbiano con noi.

Guardare dentro noi stessi è una meticolosa, paziente e contemporaneamente gentile opera di derobotizzazione: è rendersi conto dei momenti in cui siamo automatici, accoglierci, volerci bene per questo e raccogliere il guanto di sfida. E' mettersi costantemente in discussione, farsi domande, sentire sentimenti ed emozioni senza fare preferenze tra quelli belli e quelli brutti. E' essere disposti a prendersi la responsabilità delle proprie azioni, dei propri sentimenti, della propria storia personale e ricominciare a scriverla, come vogliamo noi, rispettando noi stessi e rispettando gli altri. E' accettare che la vita adesso non sia come vogliamo noi e smettere di combattere, di pretendere, di dimenarci come ciechi topi da esperimento che, andando in automatico, non sanno nemmeno chi sono e cosa vogliono.

Guardare dentro noi stessi è arrivare alla libertà di essere liberi, sapendo che questa libertà ce l'avevamo già anche prima.

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