Lo spirito di sacrificio e la difficoltà a dire di no

Se un sacrificio è per voi una tristezza, non una gioia, non fatelo

— Romain Rolland —


Ci siamo mai chiesti quanta parte della nostra giornata vada via in “sacrificio”? Quando sacrifichiamo qualcosa, o quando ci sacrifichiamo, mettiamo momentaneamente o permanentemente da parte qualcosa a cui teniamo, privandocene per uno scopo superiore.

Di che cosa ci priviamo? Qual è lo scopo superiore che speriamo di ottenere? Cosa succede se lo otteniamo? E se, nonostante il nostro sacrificio, non lo ottenessimo?

PROCEDIAMO PER ORDINE

Ci possono essere tantissimi ambiti in cui rinunciamo volontariamente a qualcosa a cui teniamo per ottenerne un’altra. Il sacrificio implica sempre una rinuncia, che sia consapevole o meno. Questa rinuncia può riguardare:

  • il denaro, così da acquistare il nuovo costosissimo telefonino o permetterci il mutuo della casa;
  • il tempo, scegliendo a quale hobby dedicarci o accompagnando un’amica da qualche parte;
  • un cibo, mangiando qualcosa di meno calorico o meno grasso;
  • le nostre aspirazioni, accettando un lavoro che non ci piace ma che è più sicuro;
  • un’idea, sposandone un’altra o per il quieto vivere;
  • un vantaggio per averne un altro;
  • la nostra stessa vita o quella di altri

C’è sempre uno scambio: diamo via qualcosa che in qualche modo ci interessa, per ottenerne un’altra. Cosa vogliamo ottenere? Le risposte possono essere numerose quanto il numero delle persone su questo pianeta. Ognuno desidera quel che gli manca. Chi desidera avere una casa da condividere con la famiglia (rinunciando quindi a centinaia di euro ogni mese), chi vuole andare in giro per i mercatini di Natale con gli amici (rinunciando ad altre attività come leggere un libro o fare sport), chi desidera tornare in forma per l’estate (rinunciando così a dolci, pane e pasta), chi desidera una pensione sicura (rinunciando alle proprie poco redditizie velleità artistiche), chi desidera evitare il conflitto (astenendosi dall’esprimere un’opinione controversa, fino addirittura a dimenticarsi nel tempo del proprio parere), chi vuole l’appoggio di una persona influente (trascurando l’appoggio di chi ha poco peso decisionale), chi vuole smettere di soffrire (eliminando la “causa” della sua sofferenza, quindi rinunciando a sopportarla).

LA TRAPPOLA DEL SACRIFICIO

Quanto esposto nel paragrafo precedente comprende motivazioni ed esempi abbastanza superficiali, risposte poco approfondite che possiamo darci se non abbiamo molta voglia di indagare a fondo nella nostra mente. Va bene anche così, solo che le motivazioni restano comunque sepolte, e se non le conosciamo, ci manipoleranno.

Quando sacrifichiamo qualcosa, la nostra mente è tesa verso qualcos’altro: stiamo puntando, come la freccia di un arco, al nostro obiettivo. In qualche modo, ci troviamo incastrati tra due pulsioni opposte, che ci tirano da una parte e dall’altra richiedendo una nostra decisione. A volte, la decisione è abbastanza facile da prendere, altre volte il conflitto che si crea è più complesso. Questo può capitare quando in ballo ci sono desideri molto importanti per noi.

Un esempio di conflitto può essere mantenere l’amicizia con una persona con cui però sentiamo che il legame è cambiato, con la quale ci sentiamo in difficoltà per vari motivi, che magari è diventata molto bisognosa della nostra presenza e delle nostre attenzioni. Questo può capitare per esempio nei casi in cui ci troviamo a dover accudire un parente anziano o malato, o anche in campo lavorativo quando il capo ci richiede più sforzo di quello che vorremmo o possiamo dare.

In questi casi, può capitare di sentirci intrappolati. Il parente ha bisogno delle nostre cure e ci sentiamo in dovere di essere sempre disponibili. Il capo ci sfrutta chiedendo solo a noi di fare gli straordinari, e per qualche strano motivo non riusciamo a dire di no. Questo senso di auto-sacrificio è molto legato anche al senso del dovere, sul quale invito a leggere l’articolo pubblicato sul blog qualche giorno fa La trappola dei Devo, dovresti, bisogna.

Inoltre, il sacrificio è spesso un vero e proprio ricatto: se vuoi bene a una persona, ti obbliga a dimostrarlo sacrificando qualcosa di tuo, altrimenti il tuo affetto non ha valore. Questa è una delle tipiche distorsioni cognitive, date dal pensiero “Tutto o Nulla”: se non mi ascolti quando ti parlo, vuol dire che non ti interessa, quindi dovresti sacrificare il tuo tempo e le tue energie per ascoltarmi.

DA DOVE VIENE QUESTA DIFFICOLTA’?

A questo punto capiamo abbastanza bene l’importanza di indagare più a fondo in cerca di una risposta più chiara sui nostri processi. Perché finiamo incastrati in conflitti di interesse, potremmo chiamarli, in cui il nostro desiderio e quello di qualcun’altro, entrano in collisione?

Facciamo un esempio: un amico mi chiede di uscire ma non ne ho proprio voglia, vorrei rimanere a casa a leggermi “Le barzellette di Francesco Totti” ma alla fine gli dico di sì (anche se non vedo l’ora di ritornarmene a casa). Dentro di me sta avvenendo il conflitto tra due pulsioni importanti: il desiderio di farmi i fatti miei a casa, e il desiderio di non ferire i sentimenti dell’amico che potrebbe (penso io) prenderla sul personale e offendersi. La mia mente compie un rapido bilancio tra i pro e i contro di entrambe le alternative: cosa succederebbe se offendessi il mio amico rimanendo a casa? (Invito a notare come, in casi simili, crediamo ciecamente che i nostri pensieri siano veri. Chi lo dice che l’amico si offende? E’ una nostra opinione, non è un fatto reale. Tuttavia, crediamo ugualmente che sia così e quindi agiamo di conseguenza. Dovremmo quindi prima risolvere la questione di quanto credito diamo ai nostri stessi pensieri).

Questi due desideri, se andiamo a indagare, ci danno una definizione di noi stessi. Che persona sono se resto a casa a farmi i fatti miei? Che persona sono se invece accetto di uscire con il mio amico? Che persona sono se, sacrificando il mio tempo, evito che il mio amico soffra (si offenda)? Probabile risposta: sono una persona spregevole se a causa mia il mio amico soffre, quindi è molto meglio sacrificare il mio tempo per avere in cambio la conferma di essere una brava persona. Essere una brava persona è una merce di scambio molto più desiderabile che rimanere a leggere le barzellette sul divano.

Come possiamo vedere, saltiamo a conclusioni affrettate su noi stessi e sul nostro valore, basandoci su dati e informazioni incomplete. Facciamo ragionamenti del genere su tantissime cose. Se rinuncio a 1000€ per comprarmi il telefonino nuovo, evidentemente avere quel telefonino mi rende una persona diversa rispetto ad avere un telefonino da 200€. Che valore ha? Qual è il mio valore come persona se avessi un telefonino da soli 200€?

Un sacrificio protratto nel tempo può rendere il cuore una pietra

— William Butler Yeats —

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