L'assunzione di responsabilità nell'aumento del benessere


“Non gettare sugli altri la tua responsabilità. E’ questo che ti mantiene infelice”

— Osho Rajneesh–

Attentati. Guerre. Malattie. Disastri naturali. Inquinamento. Malasanità. Errori giudiziari. Gravi incidenti. Dittature. Demagogia. Ignoranza. E ancora litigiosità, aspri scontri al lavoro, rappresaglie emotive, scarsa capacità genitoriale, incompetenza, educazione inadeguata, cattiva gestione delle emozioni, pigrizia mentale e fisica.

L’elenco dei mali del mondo potrebbe ancora continuare. Spesso sono eventi dentro i quali ci troviamo senza una nostra evidente responsabilità, o addirittura con nostra totale innocenza.


Altre volte invece si tratta di situazioni che ci colpiscono in seguito ad anni di trascuratezza di cui siamo (e dobbiamo esser considerati) responsabili. In ognuno di questi casi, è innegabile la quantità di sofferenza che questi eventi ci causano: sofferenza che può diventare ingestibile con il passare del tempo, che può anche trasformarci caratterialmente rendendoci burberi, incattiviti, cinici, rabbiosi e disperati, portando a sua volta all’insorgere di problematiche secondarie di tipo fisico, psicologico, psichiatrico, sociale.

Spesso non sappiamo come fare a trovare una via d’uscita da tutta la sofferenza del mondo: ce la carichiamo sulle spalle senza riuscire più a scrollarcela di dosso. Nella maggior parte dei casi, non possiamo neanche evitare di trasmetterla a chi ci circonda, quasi fosse contagiosa: i nostri figli, i nostri parenti, i nostri amici, talvolta anche le persone che incontriamo per caso, vengono colpiti a loro volta dalla nostra sofferenza, in un’enorme diffusione ad ampio raggio di dolore e solitudine.

L’ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA’

Per quanto sia vero che l’esistenza, per esempio, di guerre e malattie non dipenda direttamente da noi, è pur vero che, secondo il concetto dell’interdipendenza, siamo in ogni momento interconnessi da una serie di cause ed effetti da cui non possiamo, senza far torto alla nostra intelligenza, sottrarci.

Se non avessimo ferite non guarite del passato, oggi non ripeteremmo coi nostri figli gli stessi errori che i nostri genitori avevano compiuto con noi. Se non avessimo avidità, forse oggi non ci servirebbero sistemi di sicurezza per difenderci dal prossimo. Se non fossimo insicuri del nostro valore e in continua ricerca di conferme, forse non esisterebbero armi, bombe e violenze.

Iniziando in prima persona a compiere una coraggiosa presa di responsabilità, sicuramente non spariranno le malattie dall’oggi al domani e neanche tra mille anni, ma compiremmo quel fondamentale passo di crescita che differenzia il bambino, in cerca di rassicurazioni, protezione e dipendente da qualcun’altro, dall’adulto (quello vero, non solo anagrafico) che fa affidamento su una salda intelligenza multidimensionale e che è capace di leggere la realtà e gli eventi senza dover subito dare la colpa alla mamma, al papà, agli altri bambini o al lupo cattivo (esternalizzazione della responsabilità).

Partendo da noi stessi, dalla nostra reazione agli eventi, e prima ancora, dal coltivare il nostro senso critico e una forma di autoconoscenza e di autodisciplina che non mirano soltanto all’elogio di sé…forse in questo caso (e dico forse) alcuni problemi sarebbero meno “problemi” e più “occasioni di sviluppo“.

La teoria delle intelligenze multiple (Gardner, 1994)

ALCUNI ESEMPI PRATICI

  • Cosa succede se sono nel traffico e l’automobilista davanti a me non parte subito allo scattare del verde?

  • Cosa succede se sono in una riunione di lavoro e i miei colleghi esprimono disaccordo su qualcosa che ho proposto?

  • Cosa succede se ho una scadenza di lavoro o di studio da rispettare e vengo interrotto spesso dalle richieste di altre persone?

  • Cosa succede se mio figlio fa i capricci quando siamo in ritardo e se non mi ubbidisce?

  • Cosa succede se lo Stato aumenta le tasse o emana qualche nuova legge obbligatoria?

  • Cosa succede se il mio partner non si comporta come dovrebbe (come IO penso che dovrebbe comportarsi), o se dimentica il nostro anniversario?

  • Cosa succede se muore un mio amico, un mio parente, un mio genitore?

  • Cosa succede se ho voglia di fumare ma ho finito le sigarette?

  • Cosa succede se qualcuno mi insulta, mi critica o disprezza apertamente? E se mi aggredisce fisicamente?

  • Cosa succede se investo denaro in Borsa e lo perdo tutto?

  • Cosa succede se un mio collega riceve una promozione e io no?

  • Cosa succede se la mia squadra calcistica preferita perde la finale?

  • Cosa succede se mi viene diagnosticata una grave malattia?

  • Cosa succede se vengo derubato o se mi svaligiano la casa?

La risposta è quasi superflua. Gran parte delle reazioni normali (e con “normali” stavolta proviamo a intendere “che avvengono di norma” anziché “giuste“) comprendono emozioni e comportamenti schiettamente negativi che spaziano dalla tristezza alla più nera disperazione, dalla paura al terrore, dal sentimento di scarso valore personale alla depressione, dal vittimismo alla più cieca rabbia.

Reazioni normali, cioè reazioni usuali, reazioni che “vengono dal cuore”: spontaneità, potremmo pensare che sia. E’ spontaneo essere disperato se perdo il lavoro e ho il mutuo da pagare.

C’è però una differenza tra la spontaneità e la reattività.

Se automaticamente crediamo che sia sempre “l’altro” la causa della nostra sofferenza (altre persone, altri eventi), stiamo pur certi che non andremo molto lontano sul cammino del nostro benessere. L’altro è un pretesto (un “trigger“) che fa scattare in noi una reazione: più la reazione ci porta sofferenza, più essa è automatica e talmente radicata in noi quasi da non rendercene nemmeno conto consciamente.

Non possiamo essere responsabili dei nostri colleghi che ci criticano o dello Stato che rende obbligatori i vaccini, ma possiamo (anzi dobbiamo) essere responsabili della nostra risposta: SIAMO responsabili, in tutto e per tutto, del modo in cui ci comportiamo in quei momenti.

E’ qui che si innesca l‘assunzione di responsabilità: nello smettere di crederci vittime di qualcos’altro (perché, paradossalmente, considerarsi vittime è la soluzione più facile) e nel decidere realmente per noi stessi cosa vogliamo fare e come vogliamo essere.

Per quale motivo fare questo? Semplice: per salvare/salvaguardare il nostro benessere e la nostra serenità. Non per dimostrare il nostro valore a qualcuno, non per prenderci una vendetta su qualcun’altro, non per esigere scuse da altre persone, e mille altri motivi. Solo per il semplice, e spesso trascurato, motivo di essere felici.

Ci hanno criticato? Va bene, siamo tristi, ci sentiamo inadeguati, vorremmo riempire l’altra persona di pugni. Il problema è che, in stato di inconsapevolezza (che è, purtroppo, lo stato normale cioè usuale di gran parte delle persone), quasi sempre saltiamo tutti i passaggi precedenti e riempiamo realmente di pugni l’altra persona o noi stessi (anche metaforicamente).

Nel momento in cui siamo reattivi (quindi quando suoniamo il clacson all’automobilista davanti a noi mezzo secondo dopo che è scattato il verde, o quando ci criticano e noi disprezziamo o critichiamo di rimando), non siamo consapevoli, non siamo abili a rispondere a quello che ci è successo: la nostra incapacità a rispondere si è trasformata in colpa, e il nostro benessere ne risente per primo (ci arrabbiamo nel traffico, parliamo male del collega criticone, ci sentiamo inutili, eccetera).

PERCHE’ ACCADE QUESTO?

Perché siamo inconsapevoli. Perché il mondo è inconsapevole. Perché siamo stati cresciuti da genitori inconsapevoli, che a loro volta son stati cresciuti da genitori inconsapevoli, in una società inconsapevole.

Siamo incattiviti perché crediamo che qualcosa ci venga tolto con la forza. Ma cos’è che ci viene tolto? Muore mia madre: mi è stata tolta? Perché? Prima era forse una mia proprietà?

Perdo il lavoro: mi sento un fallito. Perché? Era quel lavoro a definirmi come una persona di valore? Mio figlio non mi ubbidisce: lo metto in castigo “così impara”. Impara cosa? Ad aver paura e a fare le cose non perché ha capito ma solo per evitare una punizione arbitraria?

Inconsapevolezza. Niente di più comune e di più tossico allo stesso tempo. E ne siamo pieni.

Essa è continuamente intrisa nelle nostre vite perché è la strada più semplice, è la strada già segnata, non serve neanche che ci sforziamo. È il solco creato dall‘abitudine, dalla pigrizia, dalla non-conoscenza. Più scaviamo questo solco, più in basso finiamo e più sarà difficile tirarcene fuori.

Iniziare questo lavoro di responsabilità, di auto-conoscenza, di auto-disciplina è tanto più fondamentale quanto maggiore è il grado di sofferenza che proviamo, il disagio che permea le nostre giornate. Può essere anche un disagio lieve: un vago fastidio nell’andare al lavoro, un non-so-che di indecifrato che galleggia nella mente quando andiamo a dormire. Fino a sfociare in disagi via via più grandi, talvolta totalizzanti e paralizzanti, che abbassano drasticamente la qualità non solo della nostra vita, ma anche delle persone che ci circondano e addirittura dei Paesi interi.

Ogni individuo è una goccia, ma ricordiamo che tante gocce formano l’oceano. Se il livello medio è basso, il risultato totale raramente può essere eccellente.

“Responsabilità non è sinonimo di colpa. E’ l’abilità nel rispondere agli eventi.

Rispondere come? Con consapevolezza, attenzione e gentilezza.

Se non lo facciamo, è lì che diventiamo colpevoli”


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