La meditazione informale

“Non aver tempo per meditare significa non aver tempo per guardare il proprio cammino, troppo intenti alla marcia”

— Antonin-Gilbert Sertillanges —

La meditazione non è solo quella che si pratica seduti sul cuscino o sulla sedia durante le pratiche formali. Sebbene tutti gli insegnanti e i maestri affermino comunque la maggiore importanza della pratica formale in quanto allenamento disciplinato della mente alla concentrazione, all’attenzione e al riconoscere i propri movimenti interiori e il proprio funzionamento, esistono tutta una serie di pratiche informali che si possono svolgere durante la giornata. Quali? Tutte!

Lavandoci i denti. Guidando. Vestendoci. Facendo colazione. Lavando i piatti. Cucinando. Facendo il cruciverba. Prendendo il sole. Accarezzando il gatto. Facendo jogging. Guardando la TV. Parlando con un amico. SEMPRE.

Il portare la nostra consapevolezza costantemente alle sensazioni fisiche che il nostro corpo percepisce durante le consuete attività è parte di un allenamento che aiuta a divenire consapevoli di noi stessi sempre, per far sì che la meditazione non sia solo un’esotica attività sterile applicata in quella mezz’ora di esercizio, ma che diventi proprio un modo di essere, connaturato in noi stessi, affinché i benefici si possano far sentire veramente, portando quel cambiamento tanto auspicato che viene ricercato da tutti: il raggiungimento di felicità e pace.

COME FARE A CAPIRE SE SIAMO CONSAPEVOLI?


E’ molto semplice. Mentre facciamo qualcosa (qualsiasi cosa) iniziamo portando la nostra attenzione alle sensazioni fisiche a livello del corpo.

Sto scrivendo sulla tastiera? Com’è il contatto dei polpastrelli con i tasti? Con che velocità sto digitando? Come è posizionato il resto del mio corpo mentre digito? Le spalle come stanno? La schiena è dritta o arcuata? La mente in che stato si trova mentre sto digitando? La mia attenzione è dedicata esclusivamente alla digitazione oppure viene distratta da altri input sensoriali (suoni, odori, pensieri, altre sensazioni fisiche…)? Insorge qualche tipo di emozione mentre sto scrivendo? Giudizi? Critiche?

Altro esempio. Sono a pranzo e sto mangiando. Sto davvero assaporando il cibo che ho davanti? Lo vedo, il cibo? Noto i colori, la consistenza, gli odori, il tipo di superficie di ogni cibo che sto per ingoiare? Ne sento la temperatura? La mia mente sta pensando a tutte le cose da fare dopo pranzo, progettando, programmando, organizzando,…? sto parlando con altre persone mentre mastico? Riesco a sentire il boccone scendere giù? Sono consapevole dell’impulso alla deglutizione? Sono consapevole dell’impulso che dal cervello va alla mano ordinandole di inforcare un altro pezzo di cibo? Sono consapevole dell’impulso a portare la forchetta alla bocca? Mentre mangio, noto i miei pensieri a proposito del cibo? E così via…

Camminando. Sto pensando ad altro? Com’è la mia andatura? Sento il terreno sotto i piedi? Com’è fatto il terreno che percepisco attraverso le suole delle mie scarpe? Sento l’aria sul viso? Sento i suoni che mi circondano? Mi accorgo quando mi distraggo? Eccetera.

In questo modo, la nostra consapevolezza viene allenata, approfondita, i nostri sensi affinati. Certo non è semplice, probabilmente non è neanche rilassante, occorrono energia, disciplina, costanza e un certo sforzo. Non possiamo pensare di essere consapevoli sono ogni tanto, quando ne abbiamo voglia. Anzi, a volte è proprio quando ne abbiamo meno voglia, che invece potremmo ricavarne i maggior risultati. Uscendo dalla nostra zona di confort, quello spazio mentale, comportamentale, percettivo, emotivo, cognitivo in cui siamo abituati a stare e che conosciamo bene, all’interno del quale ci sentiamo sicuri, uscendo da questo spazio possiamo iniziare a lavorare sulle resistenze e i blocchi che ci impediscono una vita più piena, serena e un’esperienza più ricca.

UN PENSIERO E’ SOLO UN PENSIERO

In poche parole, meditare durante le attività quotidiane significa riportare costantemente la nostra attenzione all’osservazione di ciò che c’è, accorgendoci di quando arrivano un giudizio, una critica o un pensiero a distrarci e riconoscendoli come tali, cioè non come fatti reali ma semplicemente come il frutto dell’attività superficiale della mente. Disidentificarsi dai propri pensieri significa capire che un pensiero non è la realtà ma è semplicemente la NOSTRA PERCEZIONE della realtà, necessariamente distorta perché filtrata attraverso i sensi. Occorre capire questo, però, non a livello intellettuale, ma capirlo a un livello più profondo, cosa che si può ottenere solo con l’esperienza diretta coltivata in meditazione.

A cosa serve ciò? Notare tutte quelle caratteristiche dell’esperienza che giovamento ci può dare? Innanzitutto, un gran giovamento deriva dall’accorgersi di tutte le modalità con cui la nostra mente tenta di fuggire dall’esperienza, o tenta di cambiarla.

Per esempio, il sentimento della noia o del “già conosciuto” che tanto spesso insorge durante le pratiche sia formali che informali. Osserviamo il respiro, osserviamo le sensazioni fisiche, e dopo pochi secondi ecco che stiamo già pensando alla spesa da fare, a quell’email a cui rispondere, e stiamo giudicando questo tempo passato a meditare come una perdita di tempo mentre potremmo fare tutte le altre cose molto più urgenti. Siamo così portati a pensare che la nostra chiarezza mentale sia meno urgente degli impegni, del lavoro, delle bollette da pagare. E tutti gli altri ostacoli che nascono durante la meditazione certamente non aiutano.

Così, con questi pensieri distraenti, la nostra mente fugge dall’esperienza presente (cioè l’osservazione del respiro che va e che viene, un’attività di per sé abbastanza “noiosa”) per rifugiarsi in quello che già conosce, cioè i suoi schemi abituali di giudizio e valutazione. Non esce così dalla zona di comfort, non si permette di superare il muro all’interno del quale, per l’educazione, per le esperienze, per un’infinità di motivi, si è rinchiusa per sua sicurezza. Una sicurezza lecita, naturalmente, utilissima, perché ha permesso comunque alla mente fino ad oggi di vivere abbastanza tranquilla, senza troppi scossoni. Ma appunto, rimanendo sempre all’interno del conosciuto, di ciò che, anche se ci fa male, è comunque prevedibile e quindi gestibile nel modo in cui abbiamo imparato (attaccando, fuggendo, fumando, bevendo, criticando, giudicando, lottando, ecc).

PARTIRE DA ADESSO…PER SAPERE COME AGIRE

Iniziando dall’osservare com’è fatta la nostra esperienza di ADESSO, che è l’unica esperienza che abbiamo, possiamo capire da dove partiamo. Come possiamo andare in un luogo diverso se non sappiamo dove siamo adesso? Con quali punti di riferimento potremmo orientarci se non sappiamo chi siamo e dove siamo ORA?

E’ molto più facile rispondere a un pugno con uno spintone. E’ più facile insultare chi ci ha insultato, e vendicarci di chi ci ha fatto un torto. Non ci va un grande sviluppo spirituale per fare questo. E’ molto più difficile, invece, notare l’ondata di emozioni e sensazioni che ci travolgono nel momento di crisi (o anche di grande euforia) quando qualcuno ci fa del male, e riuscire a osservare queste nostre sensazioni ed emozioni senza identificarci in esse, senza permettere che le nostre azioni siano comandate da quelle emozioni. E osservando in questo modo noi stessi, riusciamo anche a spostare il focus sull’altro, notando le sue emozioni, sensazioni, e ottenendo una chiave d’accesso, seppur limitata ma utile, per capire qualcosa del suo mondo interiore e dei motivi che l’hanno portato ad agire così.

In questo modo, partendo dall’osservazione, siamo riusciti a rimanere in possesso della nostra mente, delle nostre azioni con piena consapevolezza, e troveremo anche un’alternativa diversa di relazionarci con l’evento o la persona conflittuale: questa alternativa potrà comunque ancora essere l’evitamento della persona, ma cambierà il MODO. Sarà un evitamento non più reattivo e inconsapevole, bensì sarà tranquillo, equanime, senza rancori né risentimenti.

Così, l’Osserv-Azione diventa Azione.

La meditazione ci aiuta a staccare il pilota automatico che ci porta ad agire come dei pulsanti, che reagiscono senza una reale presenza perché in quanto automatismo non è necessario che io sia presente, ma non essendo presenti, perderemo tutta la ricchezza dell’esperienza, non vedremo le altre strade che ci si presentano davanti, e continueremo ad agire sempre nello stesso modo, stantio, rigido ed autoriferito, arrivando poi dopo anni e anni ad avere la sensazione di non esser realmente vissuti.

Perché infatti non saremo vissuti realmente, ma avremmo subìto la vita, che per la sua stessa natura impermanente, va sempre avanti e ci trascina.

“Meditare è domare la nostra mente”

— Il Buddha —

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