Fare la spesa con Mettā

Praticate diligentemente.
Tutte le cose composte sono impermanenti"


Ultime parole del Buddha


Ultimamente, ci è stato richiesto di cambiare molte delle nostre consuetudini. Niente colazione al bar. Niente apericena in centro. Niente palestra né sauna, niente film al cinema o compleanni in pizzeria. Niente partitella di calcio al campetto né al Cral dopo il lavoro. Niente effusioni, niente saluti. La nostra zona di comfort ha subìto un duro shock.

Poche sono le attività consentite. Comprare medicine, fare la spesa, portare a spasso il cane, andare al lavoro, assistere un parente non autosufficiente e dedicarsi una passeggiata o un po’ di sport all’aperto (non in gruppo).

Così, abbiamo tanto tempo per stare a casa; tempo che ha bisogno di essere riempito. Di essere nutrito.

Riappropriarci del tempo può essere questo uno dei doni di questo periodo. A volte può sembrare un po’ come aprire un vaso di Pandora: “E adesso?” - ci domandiamo - “come riempio il mio tempo?”. Ed ecco solidificarsi l’ horror vacui, il terrore dello spazio vuoto.

In più, il fatto che i divieti vengano da un’autorità esterna va a scatenare tutta un’altra serie di pensieri e stati d’animo; in fondo, non l’abbiamo mica chiesto noi di poter uscire solo per fare la spesa o comprare la Tachipirina. Un’imposizione alla nostra libertà che, non provenendo da una nostra scelta, ci può rendere nervosi, arrabbiati, frustrati, sconsolati. E’ comprensibile.

Il sonno della ragione e del cuore

Tutto questo “scoperchiamento” di pensieri ed emozioni, se non ci rendiamo conto della sua esistenza, può renderci ciechi e chiuderci in un guscio protettivo fatto di vari “egoismi”.

Mi spaventa vedere quanti ce ne sono in giro, di questi egoismi. Tutti comportamenti comprensibili, il frutto naturale di una mente dove il buon governo ha ceduto il posto alle istanze parcellizzate della paura e che è rimasta incastrata nel ciclo della reattività: insultare i cinesi, scappare coi treni, assaltare i supermercati, ribellarsi alle regole...Torna alla mente la frase di Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”.

Non è solo il sonno della ragione, però, a generare i mostri; li genera anche il sonno del cuore.

Un cuore che dorme non si accorge della sofferenza degli altri e spesso neanche della sua, non ha tempo né energie per curarsi degli altri, per vedere il “me stesso” che si trova nell’altro, per aprirsi alla gentilezza e alla compassione e allo stesso tempo ha bisogno di essere protetto. Il cuore che dorme è dominato dalla logica dell’ ”io-mio-me”, che ha come risultato quello di stringere e congelare; non vede ciò che è necessario perché la sua visione è offuscata dalla reattività. Oltre alle saracinesche dei ristoranti, così, si chiude anche la nostra capacità di provare affetto e di empatizzare con l’altro, l’altro che non è per niente diverso da noi e che, come noi, è spaventato e cerca protezione.

Fare la spesa: una pratica in azione

Qualche giorno fa sono andata a fare un po’ di spesa di alcune cose che mancavano. Due casse d’acqua (come al solito), la lettiera dei gatti, un bottiglia di tè.

Niente scene apocalittiche per fortuna, niente accaparramento furioso di provviste alla “mors tua vita mea”. Solo un bel po’ più di coda in cassa del normale, tutti distanziati e mediamente tranquilli, ma ugualmente alcuni esempi mi hanno mostrato come sia forte il bisogno di coltivare la presenza e la gentilezza.

E così, di fronte alla signora che riempie il carrello di pane svuotando lo scaffale, ho sentito sorgere in me i giudizi. “Non si fa”, “E se altri hanno bisogno di pane?”, “Quanto egoismo”...Mi stavo chiudendo anche io nell’”io-mio-me”. E se IO avrò bisogno di pane?

Ho guardato la signora e in questa brevissima pausa è sorta un po’ di tenerezza: dopo aver accolto senza giudizio i miei stessi giudizi, ho potuto percepire la sua parte impaurita, non accolta e non rassicurata.

Altro esempio del bisogno di gentilezza sono state alcune lamentele a gran voce per la lunghezza della coda in cassa, che sono andate avanti per un buon 10 minuti allargandosi, proprio come un contagio, agli ascoltatori più vicini. Come se lamentarsi facesse passare più in fretta il tempo o desse un senso al nostro disagio. Da un lato è vero: lamentarci è un modo per gestire lo stress di una data situazione, ce lo fa sopportare, e quando la situazione passa via, sentiamo un senso di sollievo. Ma lamentarsi avvelena anche l’aria, rende la nostra compagnia tossica e sgradevole per gli altri (e per noi stessi) e ci separa da quanto di buono è ancora presente.

Metto Pausa - Metto Mettā

Intenzionalmente, durante la mia spesa, ho ricondotto più e più volte l’attenzione all’interno, mi sono invitata ad osservare la mia mente e le mie reazioni automatiche durante lo scorrere delle esperienze.

Ho riconosciuto, nel silenzio spazioso che stavo coltivando al mio interno, l’insicurezza e la paura della signora che ha razziato lo scaffale del pane, e la frustrazione e rabbia dei “lamentosi”. Ho riconosciuto la mia di insicurezza, la mia tendenza al controllo, all’irritabilità e alla diffidenza, e ho potuto dare intenzionalmente un po’ più di spazio alla fiducia, alla morbidezza e al dimorare quietamente nel flusso delle cose.

Ho sentito chiaramente il potenziale di contagio di quelle emozioni, la velocità con cui passano da una persona all’altra, e ho sentito anche la loro appartenenza non solo a quelle persone ma anche a me stessa, a tutti noi.

Allo stesso tempo, ho sentito in me la possibilità di scelta: potevo ridurre il contagio, potevo invitare me stessa alla pace e al benessere, in mezzo a qualsiasi esperienza.

Come sarebbe bello che tutti potessimo ancorarci ad uno spazio di gentilezza e aver cura gli uni degli altri! Che bisogno c’è di gettare benzina sul fuoco mentre già sta imperversando l’incendio?

E così mentre ero in coda alla cassa ho impostato come priorità per la mia mente la gentilezza. Tutti vogliamo, in questo periodo più che mai, essere al sicuro. Vogliamo essere felici, sentirci leggeri senza il peso dell’ansia e della preoccupazione, vogliamo mantenere la nostra buona salute, vogliamo poter vivere con serenità, agio e pace, e lo stesso speriamo per tutti quelli a cui teniamo, che conosciamo, a cui vogliamo bene e con cui, adesso, possiamo passare più tempo: un regalo!

Così, guardando le altre persone e guardando me stessa insieme a loro, ho lasciato fluire le intenzioni di gentilezza, che fanno parte delle pratiche di Mettā.

Nel mezzo del caos, è liberante sapere di avere sempre questa scelta, di poter essere sempre liberi di orientare la mente verso ciò che è salutare.

Tutto questo fa sparire la paura? Fa smettere alle persone di lamentarsi o scappare coi treni? Forse no, ma contribuisce a non spargere ulteriore veleno. Ci regala improvvisamente gioia, spaziosità, dignità, morbidezza, allarga la nostra visione oltre il ristretto cerchio della MIA sopravvivenza, del MIO benessere, del MIO piccolo guscio, per farci sentire che anche gli altri sono importanti. Che anche gli altri hanno bisogno di accudimento, che hanno paura, proprio come noi.

E così avviene il miracolo della gentilezza: l’egoismo si acquieta, la rabbia si placa, il cuore si apre e quello che era un mostro, diventa un fiore dal profumo delicato e duraturo.

E’ tutto lì, mentre siamo in coda con due casse d’acqua, una lettiera per gatti e una bottiglia di tè.

Che noi possiamo essere al sicuro,
Che noi possiamo essere felici,
Che noi possiamo essere in salute,
Che noi possiamo vivere con serenità e agio.
Che possa esserci pace.


FEDERICA GAETA

Terapista della Riabilitazione Psichiatrica

Istruttrice Qualificata Mindfulness e prot. MBSR

tel. 327 49 58 256


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