Di cosa ho bisogno, adesso?

“Se non puoi essere compassionevole verso te stesso, non potrai esserlo verso gli altri.”
Thich Nhat Hanh


A volte arriva un momento in cui ci sentiamo sopraffatti. Le cose da fare, che cose da programmare, quelle che pensiamo di dover gestire, quello che dobbiamo gestire veramente. Le cose che ci fanno sentire vivi e quelle che ci tolgono energia. Le cose che ci obblighiamo a fare, e quelle legate a un futuro incerto...Le cose che ci aspettavamo o che gli altri si aspettavano da noi...le cose che avremmo voluto avere, raggiungere, ottenere, gustare. Il desiderio della felicità, o dell’assenza di dispiacere e disagio.

Tutto quanto si mischia in quei momenti, ed è come se non riuscissimo a trovare l’inizio della matassa. Ed è proprio vero che non lo troviamo, rimaniamo solo incastrati in un garbuglio insondabile di dubbi, recriminazioni, delusioni, possibilità abortite...e la nostra mente affonda, prigioniera di tutta questa attività. Di tutta questa spazzatura.

IL BISOGNO DI RALLENTARE

In questi momenti può essere utile, letteralmente, rallentare. Rallentare fino a fermarsi. Rallentare la velocità dei nostri movimenti fisici, diminuire drasticamente il numero delle attività svolte, delle cose che facciamo. Lasciamo stare i pensieri in questo momento, lasciamo che la mente si crogioli di gabbia in gabbia, che pensi a ciò che vuole. Forse questa prigionia le è necessaria, o forse no, ma non lasciamoci imbrigliare in questa nuova elucubrazione che risucchia soltanto altre energie.

Rallentiamo. Fermiamoci. Magari davanti a uno specchio, in piedi, o seduti, guardiamo la nostra immagine riflessa e, in quell’immagine, cessiamo la corsa.

Tutto quello che abbiamo è in quel riflesso. Una forma, un colore, una combinazione di elementi.
Non serve trovare una risposta, anche se subito voliamo a cercarne una, come uccelli fatti d’angoscia.

Sentiamo quello che si presenta nel momento di questa resa. Sdraiati in riva a un mare placido, la sabbia tiepida tra le nostre dita e la lieve brezza sul viso...sentiamo quello che arriva. Non cerco, non voglio, non modifico, non aggiusto. La semplicità di quello che c’è adesso diventa la mia culla.

COS’E’ QUESTO?

E’ delusione? E’ impazienza? E’ rabbia? E’ frustrazione? E’ stanchezza? E’ inquietudine? E’ dubbio? E’ paura? E’ tristezza?

Come la sento, dove si trova nel mio corpo e nel mio cuore? Non ho bisogno di stare ad argomentare, a fare polemiche, a capire il perché e il percome. C’è, punto e basta, come il sole nel cielo, come la radice di un albero. Come una medusa che si prosciuga sulla sabbia, o un senzatetto che dorme sul marciapiede. Un ramo che oscilla nel vento. Un bambino che mangia un gelato. C’è, non ho bisogno di lottare.

DI COSA HO BISOGNO, ADESSO?

Ho forse bisogno di lamentarmi della sorte avversa? O magari ho bisogno di sfogare la rabbia su innocenti cuscini imbottiti delle piume di povere oche? Ho bisogno di ingurgitare alcolici o stordirmi con fumo e televisione? Ho bisogno di riposo, di pace, di ascoltare me stessa o me stesso? Ho bisogno di ripetere a me stessa o me stesso che sono mia amica, mio amico? Forse ho bisogno di dirmi, semplicemente, che questo è quello che c’è e che non ho da fare niente al riguardo, in questo preciso istante. Ho bisogno di provare quello che provo, e fare amicizia con la situazione così com’è.

INIZIARE DA QUESTO MOMENTO

A volte può sembrare poco o sminuente o anche una sadica tortura, il semplice, nudo e lampante riconoscimento di quello che c’è. Come quando costruiamo una casa, vorremmo finire in fretta per poterla subito arredare con magnifici mobili, vernici luccicanti, quadri di pittori famosi ed elettrodomestici all’avanguardia, quando in realtà quello che serve è piazzare il primo, sporco e ruvido mattone sulla terra e posare le fondamenta.

Quali sono le nostre fondamenta? Lasciamo che per alcuni istanti risuoni liberamente la domanda: “Qual è la cosa più importante per me?”.
Mettiamoci in ascolto dell’intenzione più profonda, di quella cosa impalpabile e leggera che con la sua chiarezza ci fa capire dove andare, e che ha la funzione di sostenerci nei bui momenti di confusione.

Se ora non ci troviamo nel punto in cui vorremmo essere, collegandoci alla nostra reale intenzione e non a fasulli palliativi, potremo incamminarci sulla strada di un maggior benessere.

CERCARE LE RISPOSTE

L’ansia del non sapere genera angoscia e patimento d’animo. E’ forse questo ciò di cui abbiamo bisogno, quando già siamo confusi?

Il primo piccolo e delicato atto di voler bene a noi stessi parte da quel primo e ruvido mattone piazzato sulla terra: le fondamenta della nostra resilienza e della nostra crescita.

Niente da doversi sforzare di ottenere, niente da dover dimostrare, neanche a noi stessi. Va bene così.

Di cosa ho bisogno? Può essere una tazza di tè, o 15 minuti di riposo, o una passeggiata in un parco o una telefonata serena a un amico a un’amica. Può essere ascoltare un po’ di musica o superare quella sottile sensazione di ridicolo che alcuni hanno all’idea di fare un disegno. Pennarelli, matite, pastelli, come se ci fosse qualcosa di sconveniente in quello che facevamo da bambini. Siamo adulti adesso, non è vero? Dobbiamo avere le risposte, dobbiamo sempre sapere cosa fare.

Non appena sentiamo che la nostra mente inizia a correre impazzita da un oggetto all’altro, da un pensiero, un programma, una paura a un’altra...è questo il momento da riconoscere in cui fermarci e chiederci: “Di che cosa ho bisogno veramente, adesso?

Qual è quella parola, quella breve frase che possiamo dire a noi stessi come se fossimo un nostro caro amico, o qual è quel piccolo gesto di gentilezza e compassione che ci dimostreremmo, se solo ci fermassimo e ci mettessimo in ascolto di quello che l’esperienza, in questo istante, ha da offrirci?

Senza se e senza ma. Questo è quello che c'è, e noi possiamo partire da qui.

FEDERICA GAETA

Terapista della Riabilitazione Psichiatrica

Istruttrice Mindfulness e protocollo MBSR

tel. 327 49 58 256

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