La pratica di consapevolezza in movimento: perché è importante

Quando pensiamo alla meditazione la prima immagine che ci viene è quella in cui siamo elegantemente seduti nella posizione del loto, sul nostro cuscino di kapok e contempliamo indisturbati i misteri della nostra mente. Giusto?

Temo sia meglio abbassare un po’ le aspettative! Scherzi a parte, la pratica formale seduta è una forma molto nota e fondamentale per coltivare la pratica, ma non dobbiamo dimenticare le necessità del corpo.

Specialmente all’inizio della nostra avventura di consapevolezza, rimanere a lungo seduti (dove con “a lungo” può essere anche solo 15 minuti) può darci del filo da torcere: dolori fisici (schiena, gambe, cosce, spalle i principali), sensazioni di intorpidimento, crampi, sonnolenza; la nostra concentrazione può venir messa fortemente alla prova e noi venir tentati a mollare il nobile intento di praticare.

Et voilà, abbiamo la pratica in movimento come integrazione importante alla pratica statica. Di solito si tratta di posizioni di Yoga, Tai Chi, Qi Qong o bioenergetica, che siamo chiamati a svolgere portando attenzione alle sensazioni fisiche legate ai vari movimenti del corpo e al respiro. Oppure, diamo spazio al movimento del corpo con la “postura” della pratica camminata, che però in questo articolo vorrei per il momento tralasciare.

Quando svolgiamo le asana dello Yoga, per esempio, diamo sollievo al corpo migliorando l’ossigenazione dei tessuti, la flessibilità, l’equilibrio, in alcuni casi anche la forza e la resistenza muscolare. Ma attenzione: non stiamo facendo ginnastica, e non stiamo facendo neanche Yoga.

Stiamo coltivando la presenza mentale del corpo in movimento. E’ come la pratica seduta, quando portiamo l’attenzione sulle sensazioni fisiche e sul respiro, sullo spazio sonoro, sul panorama mentale o sulla consapevolezza senza scelta, solo che adesso lo facciamo trovandoci nella posizione del Cobra o in una di stretching.

Questa è una forma di pratica molto utile perché:

  • ci riavviciniamo all’esperienza corporea, entrando in contatto con parti del nostro corpo e col loro funzionamento
  • lavoriamo in prossimità dei limiti del corpo, costruendo con essi un rapporto più confidenziale e spesso scopriamo che il limite non è sempre uguale
  • alleniamo pazienza, accettazione, autodisciplina, rispetto
  • disperdiamo eventuale sonnolenza
  • ci apriamo alla self-compassion (autocompassione), nel senso di premurosa gentilezza verso noi stessi
  • notiamo più facilmente le distrazioni mentali, quando il nostro corpo sta eseguendo la posizione perfettamente ma hey, stavo pensando a cosa cucinare per pranzo domani!
  • notiamo quando si innesca il pilota automatico, quando sorge la tendenza a fantasticare o ad andare di fretta per finire l’esercizio
  • entriamo in contatto col mondo emotivo, con la noia, con la difficoltà, con l’impazienza
  • illuminiamo alcuni dei nostri schemi mentali abituali o pensieri frequenti legati alla performance, alla competizione, al desiderio di essere bravi, di essere visti (o non visti), al sentirci inferiori, incapaci o inadeguati


Quindi, anche il movimento può essere una pratica di meditazione. Adottando un atteggiamento meditativo, possiamo meditare non solo mentre facciamo Yoga, ma anche mentre spingiamo il carrello della spesa, mentre apriamo la buca delle lettere, mentre cerchiamo una pratica in archivio o ci facciamo una nuotata in piscina.

E’ attraverso il movimento del corpo che la meditazione si alza dal cuscino e “trasuda” nel normale vissuto quotidiano. E così, invece di vivere una giornata ordinaria, viviamo una giornata di presenza mentale.


FEDERICA GAETA

Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica

Istruttrice Qualificata Mindfulness e prot. MBSR

tel. 327 49 58 256

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