Come sopravvivere alla sofferenza della vita

“Sentire lucidamente la sofferenza è il primo passo per diventarne amici”



Credo che per la maggior parte di noi, la vita sia inequivocabilmente ricca di difficoltà.
Ognuno di noi le chiama di diversi modi: ostacoli, avversità, problemi, rogne, seccature, disgrazie, sfortuna (cha sfiga!), opportunità, occasioni, possibilità, motivi di crescita, ecc... Ognuno di noi le vive in altrettanti modi diversi: con rassegnazione, con grinta, deprimendosi, provando ansia, rinunciando, impegnandosi ancora di più, cercando un qualche riscatto personale, ecc…

Queste difficoltà fanno parte della vita di ciascuno di noi, di tutti gli animali e le piante del pianeta. Trascendendo le differenze individuali, questo tipo di esperienza caratterizzata da sofferenza, tensione, desiderio compulsivo è chiamata, nelle tradizioni contemplative, “dukkha”. Mi riferirò a tutto questo coacervo di sofferenza, quindi, utilizzando questo termine della lingua pāli: dukkha.

CARATTERISTICA INTRINSECA DELLA VITA

Non possiamo esimerci dal considerare l’origine buddhista di questo termine: dukkha è la sofferenza intrinseca della vita, una delle tre caratteristiche del nostro vivere, insieme ad aniccā ed anattā, rispettivamente l’impermanenza (il fatto, innegabile, che tutto cambi costantemente: invecchiamento, ciclo delle stagioni, luce del giorno e della notte, le stelle…) e il non-sé (in questa sede, può bastarci il riferimento al concetto occidentale di non-identificazione; poi forse scriverò più approfonditamente sul concetto originario. Vi invito a rileggere questo articolo di pochi giorni fa: “Disidentificazione: a un passo dalla serenità”)

Se dovessimo rifiutare (come spesso facciamo, non è vero?) l’esistenza di queste tre caratteristiche universali della vita, ecco che soffriremmo ancora di più.
Rifiutiamo che le cose cambino: ci arrabbiamo e rimaniamo rancorosi se perdiamo il lavoro, se subiamo un lutto, se veniamo lasciati dal partner, se qualcuno ci insulta.
Rifiutiamo e difendiamo l’immagine che abbiamo di noi stessi: sono una che si impegna, sono un grande dirigente, sono una madre di famiglia, sono una studentessa modello, oppure NON sono uno stupido, NON sono quello che viene imbrogliato, ecc.
E, alla fine della fiera, rifiutiamo che tutto questo esista, rifiutiamo di stare male quando stiamo male, rifiutiamo che ci sia questa cosa fondamentale della vita: dukkha, la sofferenza. E quindi la neghiamo, la scacciamo, cerchiamo di soffocarla, di dimenticarla, facciamo finta che non esista. Tutta fatica sprecata: arriverà un momento in cui dovremo rendercene conto.

COS’E’ CHE VOGLIAMO?

Tutto questo dukkha è dovuto al fatto che vogliamo qualcosa.

  • Quando ci insultano, forse è perché vorremmo essere rispettati.
  • Quando perdiamo il lavoro, non è il lavoro che lamentiamo di aver perso, ma forse è la nostra idea di sopravvivenza, o il nostro concetto di noi stessi.
  • Quando ci arrabbiamo furiosamente, è perché forse vorremmo essere ascoltati, o vorremmo ricevere qualcosa da qualcun altro.
  • Quando il nostro corpo soffre, noi soffriamo non perché abbiamo la febbre, ma forse perché quella febbre ci impedisce di fare le cose che avremmo voluto fare. Non accettiamo il cambiamento e non abbiamo la percezione del cambiamento.
  • Quando non vogliamo spendere soldi (e gli altri ci chiamano tirchi), che concetto di noi stiamo difendendo?
  • Quando ci dedichiamo al pettegolezzo, cos’è che vogliamo? Ci fa stare bene parlare dei difetti di qualcun altro? Se sì, cos’è che ci dà? E se no, perché lo facciamo? Cosa ci dà farlo?

Questi sono solo esempi limitati. Ogni caso specifico è ricco di varianti, di dettagli da esplorare, ma possiamo ricondurre tutto a qualche cosa che desideriamo, che vogliamo difendere. Non c'è niente di male nel desiderare qualcosa, ma quando questo desiderare diventa rigido, compulsivo, o ne siamo inconsapevoli e quindi non riusciamo a modulare la nostra attenzione e le nostre emozioni, può portare a tensione e sofferenza aggiuntiva (ed evitabile).

Ci sono sei tipi di afflizioni mentali o contaminazioni che sono causa di dukkha: la malevolenza, la bramosia, le visioni errate, la gelosia, l’avidità, l’orgoglio. Queste sono emozioni e visioni distruttive. Sono emozioni che ci fanno stare male, e che purtroppo viviamo (con alcune eccezioni) tutti i giorni. Proviamo queste emozioni perché la nostra mente è concentrata sull’avere: stiamo trattenendo, abbiamo paura di perdere qualcosa, ci sentiamo essenzialmente mancanti, stiamo cercando qualcosa rigidamente.

DUKKHA VA ACCETTATA

Spesso, le difficoltà che incontriamo ci sembrano più intense, persistenti e pervasive di quanto non lo siano secondo una visione oggettiva. Questo è dovuto in parte al fatto che, in quei momenti, la nostra attenzione è troppo dispersa nel tentantivo di controllare tutti gli elementi che sono in gioco. E' normale, funzioniamo così, ma spesso non è utile né sano.

Tollerare ed accettare la sofferenza non fa parte solo delle tradizioni contemplative. Alcuni approcci psicoterapeutici odierni fanno di questa abilità il cardine del proprio modus operandi: penso, per esempio, alla Terapia Dialettico-Comportamentale (la DBT di Marsha Linehan).
La Linehan afferma che l’accettazione della realtà, quando gli eventi risultano dolorosi ma purtroppo non possono essere modificati (un lutto? una grave malattia? un licenziamento?), può anche essere dolorosa, ma tramite essa è possibile sperimentare uno stato di maggiore calma e serenità.

La DBT fa delle abilità di Mindfulness una delle sue core skills, cioè abilità centrali, e questo dovrebbe già farci capire quanto possa essere importante, per la nostra salute e per quella degli altri, allenarci ad accettare e sentire nel modo corretto (con una retta visione, sammā ditthi in pāli) questa sofferenza.

Forse accettare di provare emozioni negative, e sentirle veramente, richiede coraggio, umiltà, gentilezza verso noi stessi. Ma l’alternativa è continuare a stare male per un tempo indefinito, o rimandare il nostro stare bene fin quando qualcosa di esterno ce lo concederà: quando le cose andranno a posto (quale posto, poi?), quando troveremo lavoro, quando diventeremo ricchi, quando nostro figlio guarirà, quando qualcuno si complimenterà con noi, ecc…
Quando arriverà, in questo modo, la fine di questa dukkha? Quando potremo sperimentare una qualche sorta di felicità o di soddisfazione non legate a condizioni esterne, quella che in pāli è chiamata sukha?
Pian piano iniziamo ad invertire il processo: quello che dal contrasto, dalla lotta, dal rifiuto, ci porta, gradualmente, all’accoglienza, all’accettazione, all’esplorazione non giudicante e al de-condizionamento.

Un piccolo aiuto: un momento alla volta. Questo momento, questo istante. Parte tutto da quest'unico istante.


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