Arrendersi alla pratica: quella libertà che fa paura

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”
Martin Luther King



Le nostre giornate scorrono in modo molto veloce, così veloce che spesso arriviamo a sera, quando siamo sdraiati nel letto o quando rallentiamo fisiologicamente le attività, ed è solo in quel momento che ci accorgiamo di quanto abbiamo corso. Di quanto abbiamo combattuto. Di quanta parte dei nostri desideri e delle nostre aspettative sono state frustrate, tradite, non rispettate. Di quanto sforzo abbiamo profuso per tentare di "far rigare dritto" cose, persone, situazioni, noi stessi.

Se arriva a sera questo momento in cui ce ne accorgiamo, possiamo già ritenerci fortunati, perché altre volte invece non ce ne accorgiamo neanche. Accorgersi è il primo passo. E poi dopo?

Poi dopo, ci sediamo per praticare (la nostra pratica quotidiana, fondamentale nel percorso di crescita e scoperta che stiamo facendo) e ci troviamo a portare nella pratica lo stesso atteggiamento. Cerchiamo di cambiarla, di aggiustarLA e aggiustarCI, di indossare la tonaca del bravo meditante. Se siamo distratti, ci rimproveriamo; se siamo agitati, respiriamo profondamente ripetendo un meccanico "om" nella testa. Se siamo tristi, ci appiccichiamo un bel sorriso sulla faccia perché, in fondo in fondo, pensiamo che la meditazione debba farci stare bene.

DI QUANTO LOTTARE ABBIAMO ANCORA BISOGNO?



Quanta fatica, vero? E quanta della nostra mente ordinaria è ancora saldamente adesa anche al nostro modo di praticare! Lo sforzo fisico e mentale a cui ci sottoponiamo (nella pratica ma anche nel consueto scorrere delle nostre ore) quando vogliamo a tutti i costi raggiungere qualcosa (una buona sessione di meditazione, un buon Yoga, una bella presentazione al colloquio di lavoro, un bell'albero di Natale...) è qualcosa che possiamo lasciar cadere. Senza che questo "lasciar cadere" diventi un altro sforzo di cambiamento.

La pratica ci invita a non cambiare niente di quello che c'è. Ci invita a fare un passo dentro il momento presente e proprio a sedercisi dentro. Non dobbiamo mettere a posto il cuscino e neanche dire a tutti di fare silenzio perché noi stiamo meditando. Non dobbiamo spegnere il mondo esterno. Che fatica sarebbe? E quanto sarebbe inutile? Il mondo esterno andrà avanti comunque.

L'invito che ci fa la pratica è quello a un coraggio gentile. Un prendere in mano il cuore del nostro disagio, della nostra paura, della nostra perdita, e cantargli una melodia amorevole.

ARRENDERSI: E' ACCETTABILE PER NOI?

Il significato di questo termine si arricchisce, nella pratica, del sapore dolce e fragrante della libertà.
Quella libertà di essere così come siamo, di accettarci, partendo da noi stessi prima che dal fare i buoni samaritani in giro. La libertà nel sederci a praticare anche se non ne abbiamo "voglia" o di essere assaliti da mille pensieri o dall'ansia del "Sto perdendo tempo" o "Per me è inutile". La libertà di guardare in faccia queste "emersioni" della coscienza e dir loro "Ah! Esistete! Va bene, siete le benvenute".
Scopriamo quanto possa essere liberatorio poter restare, senza fuggire, senza lottare, restare anche se quello che vediamo non ci piace, anche se vorremmo che fosse diverso, anche se vorremmo che il dolore svanisse. Svanirà, perché tutto svanisce. Ma intanto iniziamo a diventare liberi, liberi di vivere tutto quello che accade attorno a noi e di sentirlo nel corpo, sentirlo nelle emozioni, senza per questo diventarne prigionieri e senza che sia esso a definire chi siamo e cosa facciamo.
E' in questo senso che la pratica ci chiede di arrenderci, per far sì che, smettendo finalmente di lottare e di scappare, riusciamo a vivere pienamente lo spazio che occupiamo.

“La nostra meta non è mai un luogo,
ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose.”
Henry Miller

DOTT.SSA FEDERICA GAETA

Terapista della Riabilitazione Psichiatrica

Istruttrice SENIOR protocolli Mindfulness

tel. 327 49 58 256

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